Formalismi? Pirati!

LETTERA
Cara Scialatiella,
non sono ancora pirata e sono indeciso sul diventarlo.
Confesso che vi seguo con grande divertimento e sento che molte opinioni ci accomunano. Tuttavia, ci sono aspetti del vostro messaggio di cui non colgo la necessità, né capisco perché siano così importanti.
Se siamo pirati, infatti, perché sfilare in processione con autorizzazione della Questura?
Se siamo pirati, perché ottenere sul documento di identità la foto con lo scolapasta in testa?
Chi contesta l’assolutezza dei dogmi, non dovrebbe di conseguenza osteggiare tali rigidità? Tali formalismi?
Mi piacerebbe capire meglio.
Firmato
Quasi pirata.

 

RISPOSTA

Caro pirata,
se dubiti, sei senz’altro un pirata!
Tu dici giusto. Noi rifiutiamo l’assolutezza dei dogmi. Noi stessi crediamo nel Prodigioso Spaghetto Volante fino a prova contraria.
Per noi è importante dimostrare che la connotazione laica dello Stato non sempre è reale e che ci sono molti campi della vita sociale compromessi dal peso politico dei poteri religiosi.
La passione piratesca per l’irregolarità non è fine a se stessa e forse vale la pena precisarla. Nessuno di noi promuove una vita stereotipata e la difesa delle convenzioni, ma questo non vuol dire vivere illecitamente, senza alcun senso morale. Desideriamo, anzi, una società fondata sui valori e i sentimenti e questi, come sai, implicano la diversità per loro stessa natura. Tuttavia, la precaria condizione del concetto di laicità nella vita pubblica, la discrezionalità che tale concetto spesso subisce, vanno a nostro avviso scoperte.
Se da pastafariana mi recassi in un ufficio dell’anagrafe e chiedessi di mettere la foto con mio copricapo sacro, il dipendente comunale darebbe diniego perché non esistono esigenze religiose che scavalchino gli ordini di sicurezza dello Stato. Ma se la mia religione mi obbliga all’uso di particolari vestimenti, lo Stato non può rifiutare il permesso. Questo rapporto tragicomico tra libertà e obbligo è interessante ed è alla base di molte incertezze sulle libertà individuali. Richiedere la foto con scolapasta non è tanto un bisogno di accreditarsi alla norma, ma di evidenziare i difetti della stessa.
Ugualmente, dal momento che la Chiesa Pastafariana Italiana aspira al riconoscimento ufficiale, chiedere l’autorizzazione alla Questura di svolgere processione religiosa è un modo di stabilire una relazione tra noi e gli amministratori, nonché di sperimentare la reale disponibilità di questi ad accogliere espressioni religiose differenti da quelle abituali.
L’abbattimento delle differenze di trattamento, spesso, passa per l’allargamento delle opportunità a tutti. Se la pannocchia del sacro cuore ha delle opportunità di vivere la propria fede a contatto con la collettività dei cittadini, anche la pannocchia salernitana vuole tale opportunità. La questione è più profonda del “o tutti o nessuno”. La questione riguarda: “Come mai solo alcuni?”

La Frescova di Salerno durante la processione del 31 agosto.
La Frescova di Salerno durante la processione del 31 agosto.

Ogni volta che indosso il mio scolapasta sacro, sto indossando non solo un paramento sacro che comunica la mia passione religiosa, soprattutto sto esternando la precisa volontà di essere attiva nei riguardi della legge dello Stato: io ho il dovere di cittadina di aiutare il mio Stato a essere ciò che dice di essere: laico.
Quindi, indossare lo scolapasta sulla mia carta di identità è una responsabilità civile.
Un abbraccio!
Scialatiella

Spappessa (ex Pastefice Massima), assatirata, compagna di arrembaggi di artistə perseguitatə per ideologie religiose, ispiratrice con le sue accorate parole della Ciurma Pastafariana dalla Campania a tutto lo Stivale.

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